L'equipaggiamento del mosaicista
GLI STRUMENTI DELLA TRADIZIONE: cuore e mani del mosaicista
Prima ancora delle macchine, prima delle tecnologie di ultima generazione, ci sono loro: gli strumenti fondamentali del mestiere, senza i quali nessun mosaico potrebbe nascere.
Parliamo del tagliolo, del ceppo, delle tenaglie e delle pinzette, ma soprattutto dell'immancabile martellina.
Ognuno ha un ruolo specifico, ma c'è uno strumento che spicca su tutti, non solo per importanza pratica, ma per il legame quasi affettivo che crea con chi lo usa: la martellina.
È impossibile non notarla, appena entra in scena. Appena ci vendono impugnata, le domande arrivano puntuali:
"Ma non hai paura di prenderti le dita?”
"Non ti fa male il polso a forza di tagliare?"
“Posso provarla?”

Per le prime due la risposta è sempre la stessa: l'esperienza insegna. E, come ci diceva la nostra maestra con quel tono a metà tra il burbero e il poetico, “quando ti prendi le dita… è così che ti entra il mestiere”.
La terza domanda, invece, è meglio non farla. Perché un mosaicista può anche sembrare gentile e disponibile, ma dentro di sé nutre un gelosissimo attaccamento per la propria martellina. L'idea che qualcuno, magari inesperto, la impugni e ne scheggi le punte... beh, è quasi un dolore fisico. Non solo perché lo strumento diventerebbe inutilizzabile, ma perché quelle punte, in widia (un metallo duro e preciso), determinano la buona o cattiva riuscita della tessera. Scheggiarle significa buttare via lo strumento, ma anche — e soprattutto — ferire l'anima del mosaicista.
Per questo, la martellina non è solo uno strumento: è un'estensione della mano, una compagna di lavoro che, col tempo, si plasma sul gesto e sul carattere di chi la usa, cit. "è la martellina a scegliere il mosaicista signor. Potter".
Gli altri strumenti — il tagliolo, le tenaglie, il ceppo, le pinzette — completano l'equipaggiamento con discrezione, ma nessuno di loro suscita lo stesso rispetto timoroso e quella punta di orgoglio possessivo.
I MACCHINARI: il dietro le quinte tra tecnologia, pazienza (tanta) e un pizzico di follia creativa
Quando abbiamo iniziato, il nostro laboratorio non aveva molto del “laboratorio”. C'era un traforo per il legno, un pantografo e un garage.
(comunque si sa che i migliori partono sempre da un garage XD)
Ci arrangiavamo come potevamo per creare delle basi in legno con degli incavi in cui inserire i nostri mosaici, e lo facevamo con cura maniacale e tempi biblici da monache amanuensi.
Col tempo, però, abbiamo capito una cosa: i nostri clienti meritano di più. Più precisione. Più qualità. Più rapidità. Insomma, meritano il meglio.
Ed è così che è iniziata la nostra relazione (complicata) con la tecnologia.
CNC – “Martirio 500” (per gli amici)
In un impeto di coraggio e incoscienza, abbiamo acquistato la nostra prima CNC, modello m500. Con zero competenze informatiche, ma con tanto spirito di adattamento, ci siamo lanciate. E quando diciamo “ci siamo lanciate” intendiamo dire che abbiamo sudato, pianto, imprecato… e rotto tante punte.
Grazie al supporto indispensabile dei nostri garzoni di bottega (alias: marito e falegname di fiducia), oggi siamo in grado (o quasi XD) di lavorare con una precisione che fino a poco tempo fa ci sembrava impossibile.
La macchina si chiama “Martirio 500” perché ogni volta che l'accendiamo, una nuvoletta alla Fantozzi si materializza sopra di noi. Ma nonostante i drammi, ci permette di ottenere basi in legno perfette in tempi umani. E sì, ogni tanto la ringraziamo. Ma solo quando ci ascoltiamo.
Altri due amici – tutto sommato abbastanza affidabili – che ci accompagnano in laboratorio sono il laser e la stampante 3D.
Il laser (di cui speriamo presto di poter fare l'aggiornamento) è il nostro complice silenzioso nelle personalizzazioni: preciso, puntuale, rigoroso e capace di incidere nomi, date, frasi o piccoli simboli con una delicatezza che la mano umana, per quanto abile, non potrebbe garantire. Ci permette di aggiungere quel tocco unico che rende ogni pezzo davvero personale. Un alleato prezioso, soprattutto quando i clienti ci chiedono “una cosa semplice semplice”... che ovviamente semplice non è mai.
La stampante 3D, invece, la potrebbe definire l'architetto dei prototipi. La utilizziamo per realizzare stampi su misura che ci aiutano a sagomare la ceramica e fare prove su prove prima di procedere con la produzione vera e propria. È l'amica che ci permette di sperimentare, sbagliare, correggere e testare idee nuove senza troppi drammi (e senza rovinare materiali preziosi)
Infine, ma assolutamente non per importanza, c’è il forno per la ceramica: strumento fondamentale per trasformare l’argilla in “tessere di mosaico”.
Un acquisto che definiamo “voluto” solo per educazione, ma che in realtà è stato dolorosamente inevitabile. Le nostre ceramiste di fiducia, che per un po’ ci avevano salvato la vita cuocendoci i pezzi quando le quantità erano ancora gestibili, a un certo punto ci hanno mandato segnali chiarissimi. Nulla di drammatico: solo sguardi stanchi, sorrisi tirati e quel sottile messaggio non verbale che diceva “vi vogliamo bene, ma basta”. Anche perché vederci fare avanti e indietro con vassoi carichi di materiale fragilissimo — di cui loro, poverine, si sentivano pure responsabili — stava diventando una disciplina olimpica.
E invece, col senno di poi, non possiamo che ringraziarle. Avere il forno direttamente in laboratorio ci ha aperto un mondo: smalti, engobbi, prove, errori, nuove scoperte e una relazione sempre più profonda (e a tratti conflittuale) con l’argilla. Tutto questo ci ha permesso di spingerci oltre, sperimentare senza paura e produrre un materiale per mosaico sempre più vario, imprevedibile e dichiaratamente sperimentale.